Un microfono, titoli d'apertura che scorrono lenti, un tale annuncia l'ospite, che fa? Un concerto? Una performance? Una conferenza?
Ha tutti i segni, il tempo, la genialità della poetica di uno dei più grandi cineasti italiani che furono e che si annovera or ora nei Classici.
Peccato che l'autore di questo film, "Copia conforme", sia iraniano, la vicenda, se così la si può chiamare, è ambientata in Toscana, quindi in Italia.
L'intreccio non c'è, dialoghi connotati da una certa genialità,e particolarità che ritornano ad un tema tipico di Antonioni, l'incomunicabilità, ovvero l'impossibilità di comunicare.
Se la protagonista femminile, come tutte le eroine romantiche prova e sente la spinta dell'incontro e lo scambio con l'altro,
lui, l'uomo, no.
Lui si presenta come il solipsista egoista.
Se il primo termine è tipico del cinema di Antonioni ed in particolare dei due capolavori sommi ed eternati del regista itialiano, "L'Eclisse" ma soprattutto "Blow Up", il secondo termine, è tipico dio un filosofo tedesco di fine 800, Max Stirner.
Questi, autore del noto libro "L'Unico e la sua proprietà", anarchico fino al midollo descrive, parla e argomenta la sua visione dell'egoismo, apartire dall'alba dei tempi, fino all'uomo moderno,m che per lui è quello dell'era industrializzata dell'800.
Non considera minimamente l'altro, consigliando d'agire per il proprio interesse.
Così è l'animo o più che latro la ragion d'etre di James, personaggio maschile del film.
è pure questo, come tutto il cinema d'Antonioni, il film della crisi.
La crisi, non economica, ma di coppia, se poi di una coppia si tratta o si può trattare.
Ecco un altro elemento che avvicina Kiarostami ad Antonioni, l'ermetismo, ovvero l'enigma che si trasporta e trasporta lo spettatore e la sua mente dalla fine della prima parte fino a tutto il film finito e completo.
Finale quindi enigmatico all'Antonioni.
Grande interpretazione dei due attori Juliette Binoche e William Shimmel in continua lotta, batti e ribatti, botta e risposta tra le vie di un grazioso, splendido borgo della Toscana.
Dialoghi non certo semplici, forse esistenziali... forse più da parte di lei che di lui.
Due modi diversi di vedere la vita, l'arte e la sua riproducibilità detta con Walter Benjamin, una visione più sognante, disincantata e ottimista, l'altra più spiazzante, ironica e cinica.
Fra immagini non solo artistiche, metafore per icone e grande distruzione di una trama, ovvero forse, meglio dire di una fabula, di un intreccio, che rende il film geniale, forse il primo di Kiarostami che possa essere appellato con questo aggettivo, lavoro della maturità molto interessante e che denota sicuramente ils alto di qualità da parte del regista iraniano, che esce dalle vicende narrate e legate al suo paese e agli attori presi dalla strada per sfociare in questo nuovo film, nel senso che così con questi segni, questi elementi che formano una nuova poetica e forma di non narrare cinematografica che non vedevo da tempo, anni 60' (Antonioni e Bene), si distacca dai precedenti film di Kiarostami decretando la figura del regista iraniano quale genio e formando un nuovo modo di vedere non solo il cinema ma anche sto che vi sta connesso senza l'utilizzo di metodi convenzionali, ma tipici del film neanche d'avanguardia e neanche esistenziale, ma indefinibile, una poetica dell'impossibile, non solo da definire, ma anche da comprendere, in modo che ogni singolo spettatore possa costruirsi dei Castelli in aria, secondo l'accezione kafkiana del termine.
Vivamente consigliato.
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